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31 Marzo 2025
Podcast / Io non mi rassegno

Terremoto Myanmar, si temono 10mila morti ma la giunta bombarda ancora. Come aiutare – 31/3/2025

Il terremoto in Myanmar ha devastato il paese, l’Italia ha fissato limiti sui PFAS nelle acque, Porsche ha abbandonato l’ampliamento del centro Nardò, e Estonia e Groenlandia affrontano sfide geopolitiche significative.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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terremoto myanmar

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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La notizia l’avrete già sentita, è ahimé una di quelle tragedie naturali di dimensioni storiche, che scuotono le coscienze e restano impresse indelebili. Venerdì un terremoto gigantesco si è abbattuto vicino alla capitale del Myanmar, Mandalay, ma ha scosso tutto il paese e ha fatto molti danni anche nella vicina Tailandia – ad esempio sono girate molto le immagini del grattacielo crollato a Bangkok, per fortuna un grattacielo in costruzione quindi senza persone dentro che lo abitavano ma ci sono circa 80 persone intrappolate fra le macerie. Ed è stato sentito anche in Cina.

La magnitudo è stata di 7.7, che sarebbe circa 300 volte più forte del sisma che ha colpito Amatrice. Pensate voi. Una roba devastrante.

Solo in Myanmar ci sono al momento oltre mille morti accertati, ma secondo alcune stime, il bilancio reale potrebbe superare i 10.000. A dirlo sono funzionari statunitensi e modelli dello US Geological Survey. Ci sono almeno 2.900 edifici distrutti, 30 strade e sette ponti danneggiati. 

E considerate che il Myanmar è già un paese poverissimo e scosso da una tremenda guerra civile, con ospedali che già in condizioni normali sono poco attrezzati. Angelo Conti dell’ONG Medacross dice al Corriere che adesso sono letteralmente al collasso, manca tutto, dai farmaci alle bende. “Si rischia un’emergenza sanitaria gravissima”. 

Peraltro il raggiungimento delle zone colpite è complicato dalla geografia e dalla presenza di aree di guerriglia: chi arriva dalla Thailandia, ad esempio, deve attraversare territori pericolosi e spesso controllati da milizie. In più sono crollate anche le torri di controllo e le piste sono molto danneggiate di alcuni aeroporti quindi anche il trasporto aereo è parzialmente compromesso.

Bisogna anche considerare che Il sisma è la prima grande catastrofe globale dopo lo smantellamento da parte dell’amministrazione Trump di gran parte dell’USAID, che nel 2023 aveva gestito il 47% degli aiuti umanitari globali. Ora si guarda alla rete europea di Echo, ma il Myanmar ha bisogno di aiuto subito.

In questo devo dire che la solidarietà mondiale si è da subito mobilitata. E che questa catastrofe ha segnato a modo suo un fatto storico: per la prima volta dopo anni di isolamento, la giunta militare ha aperto le frontiere a centinaia di soccorritori internazionali. Squadre dalla Cina, India, Russia e Malesia sono già operative, mentre l’ONU ha stanziato 5 milioni di dollari per i primi aiuti. È stato allestito un ospedale temporaneo all’aeroporto di Mandalay, che però è fra quelli inutilizzabili per i danni alle piste.

Il tutto però si inserisce in un contesto, come vi dicevo, già segnato da guerra civile e crisi umanitaria. Nonostante la catastrofe, l’esercito birmano ha continuato i bombardamenti aerei contro le aree controllate dai ribelli: almeno tre attacchi sono stati registrati subito dopo il sisma negli stati di Kayin, Shan e Sagaing – proprio nell’area epicentro del terremoto. In un raid nello Shan, sono stati uccisi sette miliziani e colpita anche una scuola.

Come ha raccontato Dave Eubank, ex soldato delle forze speciali e fondatore dei Free Burma Rangers, riportato da Rai News, “la giunta continua ad attaccare anche dopo il terremoto. Molti villaggi erano già stati rasi al suolo prima del sisma. La gente vive nella giungla, lontana dalle strutture crollate”.

Insomma, in un Myanmar devastato da anni di dittatura, guerra e repressione, il terremoto si somma a una crisi già estrema. E mi colpisce, e mi risulta quasi incomprensibile, come mentre il mondo si mobilita per portare aiuti, la giunta continui a usare la forza militare come strumento di controllo, continui ad attaccare un popolazione devastata dal sisma. Ecco, questa è una di quelle cose che sento va oltre la mia capacità di comprensione, perché mi sembra che non possa esistere un’umanità così.

Detto ciò, veniamo alla parte forse più importante. Come aiutare. Ieri abbiamo pubblicato una news, ve la lascio anche fra le fonti nella pagina della rassegna, con tutti gli indirizzi utili per donare alle organizzazioni che stanno aiutando.  

Quando questo governo ne fa una buona o quasi buona, cerca di non darlo troppo a vedere. Qualche giorno fa ha cercato di far passare in sordina l’allineamento delle accise sui carburanti, che ha alzato le accise sul diesel che è quello più inquinante.

Ma ancora più clamorosa è la vicenda che riguarda il nuovo limite per i PFAS, ovvero un insieme di sostanze molto inquinanti e molto dannose per la salute e l’ambiente, usati dall’industria e quindi presenti in molte acque. 

In pratica il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 13 marzo un decreto legislativo che introduce per la prima volta limiti nazionali alla presenza di PFAS – sostanze per- e polifluoroalchiliche – nelle acque potabili. Una notizia importante, considerando che l’Italia finora non aveva definito soglie vincolanti per queste sostanze, note per la loro persistenza ambientale e i rischi per la salute.

Il nuovo decreto stabilisce un limite di 20 nanogrammi per litro per la somma di quattro PFAS tra i più noti e studiati: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Si tratta di un valore che allinea l’Italia alla Germania, ma che resta ben più permissivo rispetto a quanto fatto in Danimarca (2 ng/l) o in Svezia (4 ng/l).

Non solo: viene anche introdotto un limite per l’acido trifluoroacetico (TFA), una delle molecole PFAS più diffuse al mondo, fissato a 10 microgrammi per litro, cioè 10.000 nanogrammi – un valore sensibilmente più alto. Inoltre, saranno finalmente monitorate anche le cosiddette molecole ADV, prodotte dall’ex stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, oggi Syensqo, al centro da anni di una grave contaminazione ambientale in Piemonte.

Fin qui le buone notizie. Il problema – e non da poco – è che tutto ciò è avvenuto nel silenzio quasi totale: nessun annuncio pubblico, nessuna consultazione, nessun dibattito. A far emergere la notizia è stata Greenpeace, che denuncia la mancanza di trasparenza e l’assenza di un confronto con esperti, comunità locali e associazioni ambientaliste.

Secondo l’organizzazione, l’obiettivo dev’essere arrivare allo “zero tecnico”, l’unico livello davvero sicuro per sostanze che si accumulano nel corpo umano e nell’ambiente e che possono avere effetti tossici anche a dosi molto basse. E chiede che la politica riapra il confronto, coinvolgendo la cittadinanza e alzando l’asticella della tutela della salute.

Fra l’altro, visto che ce lo eravamo perso, ne approfitto per dirvi che poche settimane fa, a fine febbraio, anche la Francia approva una legge anti PFAS, devo dire ancora più ambiziosa. O più che ambiziosa, diciamo più a monte, nel senso che si interviene sulla produzione e non sui rifiuti. Che è sempre una mossa saggia.

In pratica Dal 2026 in Francia ci sarà lo stop ai PFAS in cosmetici, prodotti tessili, scioline per sport invernali e calzature. E dal 2030 il divieto sarà esteso a tutti i prodotti tessili, ad eccezione dell’abbigliamento protettivo per forze di emergenza e militari.

Lo scorso 21 marzo, in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste, è stata finalmente istituita ufficialmente la Rete Nazionale dei Boschi Vetusti. Un passaggio atteso da anni – previsto già nel Testo Unico su Foreste e Filiere Forestali del 2018 – che segna un passo importante nella tutela del patrimonio forestale italiano.

A darne l’annuncio è stato il Masaf, il Ministero dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste, che ha così reso operativa una rete pensata per proteggere i boschi più antichi, ricchi e preziosi del nostro Paese. Con circa 60 boschi già identificati e oltre 100 in lista d’attesa, l’Italia diventa il primo paese in Europa a dotarsi di uno strumento simile.

Per essere considerato “vetusto”, un bosco deve avere almeno 10 ettari, essere privo di attività umana da almeno 60 anni e contenere tutte le fasi evolutive dell’ecosistema: dagli alberi giovani a quelli morti, fino agli esemplari più maturi e imponenti, su un suolo ricco di biodiversità. Le Regioni e le Province autonome sono incaricate di mappare i boschi presenti sul proprio territorio.

Nella rete rientrano anche le 13 faggete vetuste italiane già riconosciute patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, che formeranno una sezione speciale.

La creazione della rete è una buona notizia anche dal punto di vista climatico: studi recenti confermano che i boschi vetusti sono eccellenti riserve di carbonio, capaci di assorbirne grandi quantità e di resistere meglio ai cambiamenti climatici. Inoltre, la loro tutela aiuta a comprendere meglio come funzionano gli ecosistemi forestali non disturbati, fornendo indicazioni preziose per una gestione forestale più sostenibile.

Il tema resta comunque oggetto di dibattito, anche tra le realtà ambientaliste. Come osserva Paolo Piacentini, presidente onorario di FederTrek, serve superare le divisioni e rimettere al centro il valore ecologico del bosco nel suo insieme. Per farlo, come ricordava anche il dottore forestale Luigi Torreggiani, serve pianificazione, equilibrio e capacità di confronto.

Lo scorso anno vi avevamo raccontato la storia del progetto di ampliamento del Nardò Technical Center, il grande circuito di test automobilistici nel Salento di proprietà di Porsche. Una vicenda che aveva suscitato molto interesse e indignazione tra i nostri lettori, anche per le forti implicazioni ambientali e sociali che portava con sé e anche perché il tutto veniva presentata con una veste green un po’ sospetta. In odore di greenwashing.

Ora è arrivata la notizia: Porsche ha deciso di rinunciare ufficialmente al progetto, che prevedeva un investimento da 450 milioni di euro per la costruzione di nuove piste, edifici tecnici, infrastrutture logistiche, parcheggi, un centro medico con eliporto, oltre a una ristrutturazione degli spazi verdi. Il piano aveva ricevuto il sostegno della Regione Puglia e avrebbe incluso anche fondi pubblici.

La motivazione ufficiale è legata al «contesto attuale sempre più complesso» e all’andamento incerto del settore automobilistico. Ma non solo: pesa anche lo spettro dei dazi del 25% minacciati da Trump sulle auto importate negli USA, un mercato chiave per le case automobilistiche europee. A febbraio Porsche aveva già annunciato un importante piano di riduzione del personale, segnale di un momento non semplice per il gruppo tedesco.

Come vi dicevo comunque il progetto di espansione non era stato accolto con favore da tutti. La Regione Puglia ci aveva scommesso molto, avviando anche degli espropri di terreni contestati per favorire l’allargamento del centro. Le associazioni ambientaliste si erano schierate contro, denunciando il rischio di deforestazione di circa 2 chilometri quadrati di macchia mediterranea. E c’erano state anche proteste sindacali, soprattutto dopo la morte di un collaudatore durante un test su moto.

Sulla vicenda erano intervenuti anche il Ministero dell’Ambiente e la Commissione Europea, chiedendo una verifica dell’interesse pubblico dell’opera. Di conseguenza, la giunta regionale aveva sospeso il progetto fino a marzo 2025.

Ora il Nardò Technical Center – situato tra Nardò e Porto Cesareo, al confine tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto – resterà così com’è. Nato negli anni ’70 per volontà della Fiat, è oggi un impianto all’avanguardia, composto da un anello di 12,5 km visibile anche da satellite, una pista sterrata, un circuito interno simile a quelli di Formula 1 e varie strutture di supporto. Negli anni ha ospitato test leggendari, come quello della Ferrari a sei ruote guidata da Niki Lauda nel 1977 o i record mondiali di velocità su moto elettrica ottenuti da Max Biaggi.

Con la rinuncia al maxi ampliamento, finisce – almeno per ora – un progetto che avrebbe cambiato volto a un’area delicata e già sottoposta a forti pressioni ambientali. Ma che, allo stesso tempo, solleva interrogativi su come bilanciare transizione industriale, tutela del territorio e giustizia sociale.

Al volo volo vi dico 3 robe, che meriterrebbero tutte di essere approfondite. In Estonia, il Parlamento ha approvato una legge che toglie il diritto di voto alle elezioni locali ai residenti non cittadini UE, colpendo in particolare la minoranza russofona. La misura è parte di una strategia di allontanamento culturale dalla Russia, ma sta sollevando preoccupazioni per possibili discriminazioni etniche.

In Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen è stato nominato nuovo primo ministro alla guida di un governo di unità nazionale. L’obiettivo è portare avanti un percorso graduale verso l’indipendenza dalla Danimarca, potenziando l’economia locale attraverso pesca e sfruttamento delle risorse minerarie, ma con il rischio di danni ambientali. Nel frattempo aumentano le tensioni tra Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo strategico dell’isola, con dichiarazioni bellicose e rafforzamenti militari nell’Artico.

Infine, è stata rinviata una maxi-operazione da 23 miliardi di dollari per la cessione di 43 terminal portuali globali da parte del gruppo CK Hutchison a un consorzio occidentale. Secondo fonti internazionali, dietro al rinvio ci sarebbero le pressioni del governo cinese, preoccupato per il controllo strategico di infrastrutture in Paesi chiave come Panama, Olanda, Egitto e Pakistan.

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