1 Aprile 2025 | Tempo lettura: 8 minuti

Il vino buono non inquina: dai filari alla bottiglia la viticoltura si fa sostenibile

Anche in Sardegna il vino incontra la sostenibilità: tre produttrici raccontano come tradizione e innovazione possano ridurre l’impatto ambientale senza sacrificare qualità e identità.

Autore: Sara Brughitta
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In breve

L’impatto ambientale della produzione di vino e come ridurlo

  • La produzione di vino ha un impatto ambientale significativo: l’impronta di carbonio della viticoltura varia tra 0,3 e 1,3 kg di CO₂/bottiglia.
  • Spesso vengono impiegati pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici che possono contaminare il suolo e le falde acquifere.
  • In Sardegna, dove la lunga storia di produzione vinicola risale all’epoca nuragica, la sostenibilità sta diventando sempre di più un elemento necessario per la produzione.
  • Tre viticoltrici sarde propongono attuano alcune soluzioni per rendere la produzione sostenibile, come il lavoro manuale per ridurre l’impatto sul suolo, l’uso di macchinari a basso consumo d’acqua e di trattamenti naturali come compost o fitosanitari e una produzione artigianale con fermentazione spontanea.

In Sardegna il vigneto è un elemento spesso ricorrente nel paesaggio, dalle pianure costiere alle zone più interne e collinari. La produzione di vino nell’Isola ha infatti radici in un passato millenario: studi archeologici suggeriscono che fosse già coinvolta nella produzione del vino nell’era nuragica e che la Sardegna abbia giocato un ruolo cruciale nella domesticazione della vite selvatica. In effetti, la Vitis vinifera potrebbe essere originaria dell’Isola, ma questa è un’altra storia.

Tradizione e cultura per continuare a esistere nel presente devono in qualche modo tenere in conto di quelle che sono le necessità della collettività contemporanea. Prima fra tutte, ad oggi, la sostenibilità: preservare il territorio dagli impatti della produzione sregolata, dallo sfruttamento incontrollato delle risorse e dal loro conseguente spreco. Le immagine bucoliche che vengono presentate quando si parla di agricoltura non devono fuorviare: nello studio Ridurre l’impatto ambientale del cibo attraverso produttori e consumatori in cui si fa riferimento alle emissioni di gas serra generate per ogni chilo di prodotto del settore alimentare, si parla anche del vino con i suoi 1,8 chili di CO2 per ogni chilo prodotto. 

Diffondere pratiche di vitivinicoltura più etica e sostenibile diventa quindi una strada da percorrere con sempre più determinazione. E nell’Isola in merito, non mancano esempi di realtà vinicole virtuose. A raccontare come la viticoltura sarda stia abbracciando pratiche più sostenibili, a partire dalle loro stesse esperienze, sono Carla Spanu di Brintziri, Federica Dessolis della cantina ‘Esole di Mamoiada e Ilaria Addis di Luras. Tre vignaiole che lavorano tra i filari con l’obiettivo di coniugare produzione vinicola e rispetto per l’ambiente.

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Federica e Francesco Dessolis (foto della Cantina ‘Esole)

Sostenibilità nel vino

«Il mio approccio per un vino sostenibile è basato principalmente sull’intervenire il meno possibile sulla terra e fare quanto più lavoro manualmente». A parlare è Federica Dessolis, enologa e vincitrice del premio Best Winnermaker under 35 Food&Wine del 2023. «Il lavoro manuale mi consente di concentrarmi solo sulla fila delle piante che sto trattando, evitando di stressare il terreno, cosicché si mantenga morbido e umido, soprattutto anche in vista delle estati siccitose».

Dopo aver condotto diverse esperienze soprattutto in Francia legate alla vinificazione, Federica Dessolis torna a Mamoiada, il suo paese d’origine. Qua la ricchezza data da nuove esperienze e consapevolezze la conduce a fondare la cantina ‘Esole, insieme a suo fratello Francesco. Il nome prende spunto proprio dal loro cognome pronunciato nella varietà mamoiadina della lingua sarda, proprio a sottolineare il legame sia con il territorio che con le proprie radici familiari.

Le vigne di ‘Esole sono locate a Garaunele, dove i vigneti si tramandano e si innovano di generazione in generazione. Il loro approccio sostenibile si estende anche agli strumenti tecnologici, come ad esempio un macchinario a basso volume per i trattamenti fitosanitari, che consente di ridurre l’uso di acqua e principi attivi. «A tal proposito, utilizziamo ad esempio anche la pacciamatura per proteggere le colture dalla siccità e invece dei concimi chimici, siamo noi a creare un compost con la stessa funzione, con i resti della potatura e il letame delle pecore che pascolano nelle vicinanze».

Non si può fare vino dappertutto

Artigianalità della produzione

La sostenibilità non riguarda solo le pratiche agricole, ma è anche l’esito di un insieme di sensibilità e attenzioni verso il territorio. Ilaria Addis, architetta e vignaiola di Luras, ne è tra gli esempi nell’isola. «Ricordo che quando mio padre si occupava della vigna, a un certo punto smise di usare rame e zolfo per un motivo semplice: le macchine si erano rotte. Quello di cui però ci siamo accorti subito è che riuscivamo comunque a raccogliere e produrre ottimo vino. Per me è poi stato fondamentale anche accettare che non si può fare vino dappertutto. Se ti trovi in una zona con un’umidità che fa ammalare le piante e il biologico non basta, devi prendere delle decisioni».

I vini di Ilaria Addis sono autenticamente artigianali, un metodo che lei stessa spiega. «Quando parlo di vini artigianali mi riferisco al mio approccio di vinificazione. Tratto il bianco come un rosso, lasciandolo a contatto con le bucce, che danno sapore e colore. Inoltre, la buccia degli acini assorbe i profumi delle erbe spontanee che lascio crescere vicino alle viti, conferendo al vino aromi particolari». Un approccio in sinergia con la natura che riguarda ogni passaggio, dalla coltivazione alla produzione del vino.

«La fermentazione parte spontaneamente e poi, due volte al giorno, mescolo il mosto perché le bucce salgono in superficie. Quando è il momento, tolgo le bucce con il torchio a mano. Non aggiungo nulla, se non un po’ di solforosa, ma con molta parsimonia. Poi faccio la custode, che per me è fondamentale: i lieviti che si depositano sul fondo di solito vengono scartati, ma io li considero la matrice, quella che in sardo chiamano madrighe, lo stesso nome del lievito madre. Questa è la mia artigianalità».

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Ilaria Addis, foto di Andrea Addis

Un approccio trasversale alla sostenibilità

In parte, le testimonianze precedenti lo hanno già confermato, ma il concetto di sostenibilità non è mai lineare; è trasversale, si intreccia con il radicamento nella comunità e con il concetto di cura. Carla Spanu, vignaiola di Dorgali, per sottolineare il legame profondo con le sue radici racconta il suo prodotto il lingua sarda. «Brìntziri nel sardo dorgalese significa pettirosso, ma è anche usato dai più anziani come vezzeggiativo per i bambini vivaci e birichini. È il frutto di legami e affetti familiari. Ho voluto che questo vino esistesse come omaggio ai miei affetti nativi e per questo l’ho voluto comunicare prima di tutto in sardo».

Una scelta non priva di difficoltà. Carla Spanu racconta infatti come «non sono cresciuta parlando sardo come lingua madre, quindi è stata una sfida anche con me stessa, ma mi permette di vivere e rivivere dei pezzetti di cuore, come la mia nonna materna, che mi ha insegnato a parlare sardo».

Brìntziri nasce come prodotto di una realtà più estesa: quella di Podere 45, situato nei pressi del Lago di Baratz – unico bacino naturale in Sardegna –, nella Nurra. Quest’ultimo è frutto di una scelta di due sorelle e un fratello – Gian Piero, Chiara e Valentina Saccu – i quali hanno deciso di dare nuovo valore al vigneto di famiglia, che si trova appunto al numero 45, assegnato ai loro nonni materni durante la riforma agraria del dopoguerra. Sono i fratelli Saccu, poco dopo la nascita ufficiale di Podere 45 nel 2021, a creare il progetto Innesti, di cui fa parte il vino Brìntziri. 

«Si è partiti dall’idea che lo stesso lavoro di restituzione del valore al vigneto si potesse realizzare anche in altri territori ugualmente vocati alla viticoltura. Innesti è un progetto avente per obiettivo quello di integrare nuovi territori e tradizioni, arricchendo l’esperienza vitivinicola di Podere45. Le terre di Dorgali, Tempio e Laconi, essendo le quelle di provenienza mia e dei miei cognati [i Saccu, ndr], assumono un ruolo centrale, portando con sé storie, tecniche e conoscenze locali che si intrecciano con il patrimonio della Nurra, attraverso una contaminazione che dà vita a un prodotto che riflette la varietà culturale e paesaggistica della nostra Isola».

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Carla Spanu, foto della Cantina Podere 45

Un vino sostenibile che racconta il territorio

«Fare e bere un vino fatto in questa maniera significa che stai sostenendo dei custodi della biodiversità e la differenza nel gusto la fa eccome. Qualcuno disse che i grandi vini raccontano il territorio, ecco: con i vini sostenibili è questo il prodotto finale», afferma in conclusione Ilaria Addis, con la consapevolezza che ogni bottiglia che nasce dalla sua terra è ben più di un semplice prodotto da bere.

Il vino realizzato con un approccio sostenibile non è infatti solo il risultato di un processo produttivo, ma una vera e propria narrazione. Racconta la passione, la cura e la dedizione che accompagnano ogni fase della sua creazione. Ma soprattutto, racconta storie di territori, di comunità, di legami e di tradizioni accomunati dal rispetto per la natura. È un atto di amore per la terra, di tutela del suo equilibrio e della sua ricchezza. E allora, saludi!