24 Marzo 2025 | Tempo lettura: 6 minuti

Donna e strega: la ribellione della subalternità

Esiste un legame tra il ruolo della donna e la figura della strega? Secondo Marta “Jana Sa Koga” Serra sì, poiché entrambi sono spesso plasmati da una visione patriarcale limitante.

Autore: Marta Serra
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I termini donna e strega sono spesso utilizzati come sinonimi e in termini dispregiativi, un sintomo di percezione subalterna del loro relativo ruolo e funzione. A causa di ciò, dentro queste scatole percettive cova e cuoce un’occulta ribellione. I ruoli della donna sono stati lungamente collegati alla sua fisiologica peculiarità di portatrice di vita materiale: figlia, moglie e madre, ovvero una triplicità di relazioni e legami legati alla carnalità dell’esistenza.

Nonostante l’istituzione del matrimonio ne riporti i connotati semantici, il ruolo della donna non ci guadagna in qualità da questa dimensione, perché il legame ne risulta spesso palesemente subalterno e passivo, ovvero senza grandi possibilità di libertà d’espressione ma come assoluto strumento di vita fisica. Nella mancanza di equità, nella sottomissione e nella mancanza di libertà d’espressione, l’unico aspetto che può coesistere è quello della cura e dell’amore obbediente.

La ribellione quindi nasce dalla necessità di poter esprimere le proprie prerogative che non riguardano esclusivamente le questioni economico-lavorative. Ho avuto il vero privilegio di poter dialogare e conoscere una delle donne che ritengo rappresentanti della ribellione femminista, recentemente purtroppo scomparsa: Laura Fezia. Nel suo libro Vittime di Eva – Le radici cristiane della discriminazione femminile, al capitolo “Il mito della maternità e altri tabù” si può leggere una frase che sento profondamente da madre e che fu base per lunghe discussioni tra me e Laura.

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Immagini di repertorio, Canva

“Fu proprio la maternità l’arma vincente del patriarcato, la pietosa scusa che indusse i maschi a segregare le donne, di cui si servirono per un duplice scopo: garantire a se stessi la certezza della linea di sangue e utilizzarle come fattrici per assicurarsi numerosa discendenza”. Tutta la forza e tutta la debolezza delle creature femminili sta totalmente nel ruolo di generatrice di vita, nel suo essere cavità oscura, silenzio creativo, rigenerazione sanguigna. Grazie Laura, sorella grande, grande sorella.

Strega

L’origine di questa parola è da ricondurre al latino Strix e al greco Strigs, ovvero il barbagianni, che in sardo è chiamato appunto Stria. C’è una chiara assonanza con lo stridere, ovvero con quel suono angoscioso degli uccelli rapaci notturni, ancora nella cultura popolare considerati animali portatori di malaugurio. Ecco che le donne streghe quindi sono donne che sanno muoversi al buio e che ben si adattano al lato oscuro del mondo, a loro sono attribuiti poteri sovrasensoriali, capacità rituali, conoscenze occulte nonché moltissime prerogative malevole.

La demonizzazione è il chiaro tentativo da parte delle strutture maschili di dominio, dell’ampia gamma di caratteristiche femminili, dalla padronanza dell’intuito alla competenza dei rimedi naturali per finire con le ritualità, in profonda connessione col proprio corpo e con la natura. Ancora oggi l’epiteto strega viene utilizzato in modo dispregiativo per indicare la donna disobbediente, non docile e che trama nell’ombra. Viene anche però utilizzato come emblema di ribellione nelle lotte femministe, in nome di quel genocidio femminile che è stato a partire dal V secolo la cosiddetta “caccia alle streghe”.

In Sardegna la figura della strega come la conosciamo dall’immaginario continentale non esiste

Donne torturate e uccise, spesso arse vive dalla Santa Inquisizione perché accusate di combutta col maligno in quanto donne non totalmente addomesticate al patriarcato ecclesiastico. Ogni volta che si sente pronunciare la parola strega, si sente lo stridere del barbagianni, si sente quello dei roghi, si sentono le urla degli slogan di piazza. La sinfonia della ribellione.

In Sardegna

Ho citato in numerosissime occasioni il libro La Sibilla barbaricina di Raffaello Marchi, un lavoro etnografico davvero affascinante. Nella ricerca sono protagoniste le operatrici tradizionali sarde dell’entroterra che vengono chiamate Deinas o Tiinas, con un’assonanza che ricorda un gioco di parole tra il ruolo sociale della Zia e quello di coloro che insegnano a guardarsi dentro. Le zie di una comunità che insegnano a guardarsi dentro e cercare il sacro. Deu è “io” in sardo, come Deus è Dio. In Sardegna la figura della strega come la conosciamo dall’immaginario continentale non esiste.

Abbiamo la Jana, fata controversa che vive a contatto con la Natura, che sa tessere coi fili d’oro e d’argento, che conosce i segreti della panificazione e delle erbe, ma soprattutto dei cuori umani. Abbiamo la Koga, il cui suono del nome ricorda tre aspetti fondamentali dell’essenza del ruolo femminile tradizionale: colei che ha occhio, colei che cuoce e colei che estrae. Ovviamente anche questa figura è stata profondamente demonizzata da un lato e sincretizzata dall’altro, in ogni caso il ruolo femminile in posizione d’aiuto alla comunità è considerato con rispetto e timore.

Il ruolo di operatrice tradizionale, Koga o Jana, Bruxa o Majaltza, qualunque sia l’epiteto, è un ruolo di ribellione. Ribellione alla ragione fine a se stessa, ribellione alla violenza del dominio, ribellione alla luce che brucia, ribellione della Natura all’Umanità.

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Immagine di repertorio, Canva

L’oscurità come creazione

La notte è buia ma per fortuna ci son le stelle e la luna. La paura dell’oscurità è un atavico nodo gordiano dell’umanità, fin dai tempi dell’addomesticazione del fuoco. L’oscurità è ignoranza, è fonte di non conoscenza perché nel buio i confini non sono definiti e non lo sono neanche i limiti. Tutti noi conosciamo la sensazione di impotenza davanti a un cielo stellato nella solitudine di un bosco o la profondità della risacca di una spiaggia di luna nuova. In realtà spero che tutti conosciamo quella sensazione perché solo con questa esperienza sappiamo padroneggiare la paura dell’inconscio e dello sconosciuto.

La narrazione del buio come male assoluto, di assenza di vita, è in realtà una manipolazione patriarcale. Il sole infatti rappresenta l’energia maschile e la luna quella femminile. La luna vive di luce riflessa, come Eva nasce dalla costola di Adamo, tutto ciò a confermare la passività dell’energia femminile. Essere passivi però non significa subire, stare sotto non significa immolarsi, essere in posizione d’aiuto non significa essere schiave. C’è un grande potere nell’oscurità della terra e della donna: è la consapevolezza della circolarità, il fluire della creazione, il libero arbitrio della manifestazione materiale.

Detto così fa paura, vero? Ne sono consapevole, ne siamo consapevoli. Perché è nel buio che la vita può esprimersi e crescere, nel cavo ventre della terra cresce un seme e le radici affondano per sorreggere il peso della luce. In questa era umana, la grande polarizzazione, la grande dicotomia è quella tra l’energia maschile e l’energia femminile. Riuscirà l’umanità a fare sintesi e a funzionalizzare la complementarietà? Noi streghe lavoriamo faticosamente per trovare la nuova via: la via della ribellione occulta. Obbedienti solo al libero arbitrio dell’amore.