Abitare lo spazio: per progettare una città bisogna ascoltare i bisogni di chi la vive
Il concetto di abitare è molto esteso. Spazio pubblico e spazio privato interagiscono di continuo e sono plasmati da chi li abita o ci lavora. Approfondiamo questi concetti con Federica Michieletti di Itinerari Paralleli.

Dar vita a una forma di abitare collaborativo in cui individui o famiglie vivono in abitazioni private ma condividono spazi e risorse comuni, cucine, giardini, aree di lavoro o ricreative è un processo graduale, che ancora prima degli spazi parte dalle persone. Bisogna fare in modo che si riconoscano come comunità, un sistema complesso in cui si cerca di far coesistere profonde differenze, ma anche punti di forza e valori comuni.
La domanda infatti non sarà tanto “dove”, ma “come” quei singoli individui o nuclei familiari possano diventare a un certo punto una comunità o meglio riconoscersi tale. In una precedente intervista, Natalia Ardoino – architetta e co-ideatrice di MeWe – aveva chiarito come si possa dar vita a un progetto di abitare collaborativo in un condominio, ma anche in un quartiere «senza restringere il campo ai limiti strutturali di una singola abitazione».
Interazione tra spazio pubblico e spazio privato
Nell’immaginare nuove forme di abitare collaborativo, alzare lo sguardo ci permette di cogliere le preziose interazioni tra spazio pubblico e spazio privato e capire come questi due aspetti in alcuni casi possano sovrapporsi, amalgamarsi in un concetto di spazio più ampio, plasmato dalle stesse comunità che lo abitano. Ne abbiamo parlato con Federica Michieletti, laureata in Scienze Politiche Internazionali, un master in europrogettazione e cofondatrice di Itinerari Paralleli, impresa sociale che si occupa di trasformazione urbana a base culturale e di place-making.

«Mi sono sempre occupata di facilitazione, coprogettazione e codesign fin dai tempi dell’università, applicando questi strumenti alla tutela dei diritti umani, alle politiche di genere e alla violenza di genere», racconta. «Con il tempo sono passata a interessarmi di sviluppo locale, trasformazione urbana su base culturale, servendomi della facilitazione, della coprogettazione e del codesign, con un approccio profondamente radicato ai territori».
Con sede legale a Milano e due sedi operative a Genova e a Torino, Itinerari Paralleli lavora sull’accompagnamento strategico per le pubbliche amministrazioni, il change management e l’empowerment di centri culturali e sociali e presidi territoriali in genere, grazie anche a finanziamenti internazionali, come Erasmus e Horizon. L’impresa sociale inoltre fa ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università Bicocca di Milano, con cui è stato da poco avviato un dottorato di ricerca su place making – un approccio multiforme alla pianificazione, progettazione e gestione degli spazi pubblici –, educazione e cultura.
«Nel nostro lavoro emerge come le politiche dell’abitare intervengano non solo sullo spazio privato, ma anche su quello pubblico e sull’interazione che gli spazi privati e pubblici hanno tra di loro. Perché chi abita un territorio, il modo in cui lo abita, è responsabile anche dei cambiamenti e delle trasformazioni che aiutano a sostenere le comunità, a trasformarla, a fare interagire le persone e quindi anche a riconoscersi come tale», chiarisce Federica Michieletti.
Nel facilitare processi di rigenerazione urbana e coprogettazione degli spazi, lo strumento principale è certamente l’ascolto
Ascolto e identità
Tra i progetti sull’abitare di cui si occupa attualmente Itinerari Paralleli c’è ad esempio quello di accompagnamento strategico del Piano Integrato Urbano della città di Torino, con un’attenzione particolare alle circoscrizioni 3, 4 e 5. «Accompagniamo le biblioteche civiche a rinnovarsi e assumere un ruolo nuovo all’interno del contesto urbano – spiega – facendo in modo che assumano un ruolo maggiore di presidio culturale e centro strategico per lo sviluppo poi delle politiche culturali».
Nel facilitare processi di rigenerazione urbana e coprogettazione degli spazi, lo strumento principale è certamente l’ascolto: «La disponibilità a comprendere quali sono le problematiche e non tanto i bisogni che sono in qualche modo sempre tenuti in conto, quanto i desideri, che compongono una visione e il percorso verso un processo di trasformazione di quello che è il proprio modello di vita».

A questo si aggiunge la creazione dell’identità a partire dalla capacità di riconoscersi, riuscire a riconoscere le storie che abitano i posti, le storie delle persone che li abitano e fare di quest’identità un progetto futuro. «Un paesaggio urbano è composto non solo dagli elementi materiali, ma anche da quelli immateriali, che sono le nostre vite, le nostre storie, i nostri ricordi. Questo ci permette di raccontare anche i luoghi in maniera più ampia ed esaustiva».
«L’identità – aggiunge – consente di riconoscersi e di rafforzare le componenti di interazione delle comunità stesse. Permette di porsi domande del tipo “perché stiamo insieme e perché vogliamo continuare a stare insieme in futuro?” o “cosa voglio costruire insieme?“. Permette di riflettere su quali pilastri e quali valori stanno alla base dei miei progetti per riuscire a rincorrere una visione di futuro che sia comune».
La difficoltà maggiore è certamente quella di far dialogare bisogni individuali con quelli collettivi. «Noi utilizziamo un approccio che è molto legato al New European Bauhaus, basato su sostenibilità, bellezza, inclusione come valori specifici. È un approccio partecipativo, multilivello e multidisciplinare. Quando si parla di abitare, non dovremmo mai dimenticare che ciascuno di noi interagisce con sistemi più ampi – quartiere, città, sistema mondo –, che contribuiscono a costruire uno specifico modello di vita».
L’abitare è sicuramente è un concetto esteso – conclude Federica Michieletti –, ogni comunità ha delle sotto-comunità, quindi gli spazi sono abitati da più comunità che interagiscono tra loro. Chi abita uno spazio non è soltanto chi ci vive, ma anche chi ci lavora, chi lo visita, chi lo percorre per andare al lavoro e a scuola, chi semplicemente lo attraversa». E quando questo spazio viene progettato o co-progettato bisogna tenere in conto tutto questo complesso sistema di interazioni.
Informazioni chiave
Le comunità sono sistemi complessi
La progettazione degli spazi di una comunità deve tenere conto di un’ampia serie di aspetti e dinamiche, prima fra tutte l’interazione fra spazi pubblici e spazi privati.
Siamo noi che plasmiamo il territorio
Chi abita un territorio – ma anche chi ci lavora o chi lo attraversa solamente – contribuisce a determinare i cambiamenti che avvengono all’interno dei suoi spazi.
Singole persone e comunità
Conciliare i bisogni personali e quelli collettivi è una delle difficoltà più grandi; un metodo di progettazione che prova a farlo è quello del New European Bauhaus.
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